www.colapisci.itL'uomo che diventa pesce per necessità o per scelta

La morte


La campana del Sacrario di Cristo Re

Nel profondo sud dell’animo umano c’è sempre stata una sensazione di smarrimento, di angoscia e di rispetto per qualcosa di misterioso ed arcano, per qualcosa di molto più grande dell’uomo, per il mistero  più strano della vita: la morte.

C’è un vecchio proverbio dialettale, colmo di filosofia, che dice:
 “Quànnu cumència a vita, cumència a motti!

Possiamo fare qualche considerazione: intanto quando decidiamo di mettere al mondo un nuovo essere umano, stiamo decidendo contemporaneamente che egli dovrà anche morire. Stiamo decidendo pure di dargli una vita in cui per circa un terzo del tempo che avrà a disposizione dovrà dormire, quindi essere incosciente; se è fortunato e destinato a vivere 75 anni, avrà la sfortuna quindi di aver dormito per 25 anni!.
Ed in quei 50 che ha vissuto da sveglio cosa gli avremo offerto oltre al fatto di godersi un po' di quella meravigliosa natura che tutti facciamo a gara per guastare?
Poco, perché egli si renderà presto conto che molto spesso prevale la prepotenza e l’ignoranza, che la mafia è sempre viva, che l’uomo stesso è l’animale più crudele del creato (Mai nessuna belva ha sparato a bruciapelo alla testa di un neonato solo perché ebreo!).

Vedrà dei piccoli uomini correre ed affannarsi inutilmente sopra un piccolissimo mondo che gira attorno ad un piccolo sole senza capirne il motivo, vedrà commettere abusi, soprusi e crudeltà, vedrà azzannarsi le persone alla conquista di una poltrona che li faccia sentire più importanti, e sarà fortunato se non gli toccheranno gli orrori della guerra o la fame o il freddo.

E allora perché mettere al mondo dei figli?


Figli di Galati Marina

La risposta è che l’uomo, piccolo e meschino com’è, ha bisogno di rispecchiarsi in un altro essere, migliorato, possibilmente riveduto e corretto; spera che almeno il figlio possa riuscire a capire ciò che lui non ha mai capito.

C’è sempre e solo un sottilissimo filo che lega la vita alla morte; in un solo attimo si passa dall’una all’altra, dall’esistenza al nulla, dalla luce al buio.
Se ci soffermiamo a riflettere su queste cose diventeremo più buoni, ma pensandoci troppo rischiamo  di diventare ancora più scemi; ci accorgiamo in genere di quanto valga la vita solo quando la morte ci passa vicino portandoci via qualcuno su cui abbiamo riversato parte del nostro affetto.
Il nero del buio è sempre stato preso come simbolo del sonno eterno e del lutto, che al Sud si portava per tempi così lunghi da rasentare il ridicolo; forse si usava farlo per far contenti gli altri, perché il dolore provato non può subire variazioni al variare del colore degli abiti indossati.


Chiesa della Madonna di Pompei

Gli eventi storici hanno fatto di Messina una città che ha sempre avuto una coabitazione forzata con la morte; vuoi per le infinite guerre combattute, vuoi per le pestilenze che le hanno decimato intere generazioni, per i tremendi terremoti e maremoti che l’hanno distrutta più volte o per i bombardamenti a tappeto subiti. Poche popolazioni hanno saputo affrontare, allo stesso modo, la sofferenza della morte ed hanno avuto la forza e la voglia di risorgere dopo ogni immane disgrazia. Forse per ciò è nato un sentimento ancora più profondo di rispetto per l’aldilà e per i suoi abitanti.

Quello di Messina è uno dei più imponenti cimiteri monumentali d’Italia, fu progettato dall’architetto messinese Leone Savoja, ed è ancora ben tenuto, nonostante si facciano sentire adesso gli effetti del super affollamento (del resto i morti non possono mai diminuire, sono come le tasse: sempre in aumento!); vi sono stati costruiti all’interno degli aberranti isolati.
Anche per avere un posto dove riposare per sempre ora bisogna raccomandarsi a qualche santo.
Non di rado capita di vedere, anche per le strade, dei vasi pieni di fiori sempre freschi, accanto ad un palo in una curva dove qualcuno è andato a schiantarsi, o sul marciapiede dove è stato ucciso.


Santuario di Cristo Re

Su uno dei tre colli che dominano la città, precisamente dove una volta c’era la fortezza di Mata e Grifone, adesso si erge Cristo Re, che è un cimitero di guerra, un sacrario della 1ª e 2ª guerra mondiale dedicato alla memoria dei caduti per la Patria.
Una della allegorie del campanile del Duomo simboleggia la morte che, con la sua classica falce, ogni quarto d’ora, domina sulle quattro età dell’uomo: il bambino, il giovane, l’adulto ed il vecchio 

Dai greci abbiamo ereditato il modo forse plateale di piangere i morti, dagli arabi il senso di malinconia e dal cristianesimo il misticismo che vi aleggia attorno.
La religione cattolica associò l’idea della morte alla speranza della resurrezione, la morte dell’uomo a quella di Cristo, il dolore del distacco a quello della Madonna, rappresentata addirittura con un pugnale che le trafigge il petto.
Durante la settimana di Passione gli altari di tutte le chiese vengono ornati dai cosiddetti Sepolcri ed ogni chiesa fa quasi a gara per farli più belli dell’altra.
Questi ornamenti sono costituiti da semplici piatti contenenti semi di piantine agli inizi del germoglio, come a rappresentare la continuazione della vita anche dopo la morte.
E l’intera città la notte del Giovedì Santo fa U giru d’i Sapùccri.

Dagli spagnoli abbiamo ereditato poi la platealità delle celebrazioni religiose, per cui ogni Venerdì Santo esce ancora oggi, dopo circa mezzo millennio, la processione delle Varètti che è una delle manifestazioni più seguite dai fedeli. All’origine si portava a spalla un’immagine dell’Addolorata, un simulacro di bara con il Cristo morto ed altre piccole bare; col tempo i gruppi statuari hanno subito notevoli modificazioni tanto che ai giorni nostri sono diventati una specie di Via Crucis con 11 gruppi che rappresentano: La cena, L’orto, La flagellazione, L’Ecce Homo, Gesù nel sepolcro, e così via.  
I gruppi sono custoditi, curati e poi condotti da Confraternite che si sono succedute nei secoli e la processione parte dal Nuovo Oratorio della Pace di Via XXIV Maggio.


La Vara di Messina

La morte della Madonna e la relativa Assunzione in cielo vengono invece rappresentate, molto più teatralmente e sempre con gusto tipicamente spagnolo e medioevale, dalla Vara, che è il simbolo dei festeggiamenti dell’agosto messinese.
La base (cippu) della caratteristica piramide porta la bara della Madonna, la vetta invece vede la stessa Dama Bianca proiettata verso il cielo.

Vara e Varètti, in origine Bara e Barette, rappresentano quindi il trionfo della vita eterna sulla morte, della Resurrezione sulla Passione, del riposo dopo la sofferenza.

Ai morti comuni è invece concesso il 2 novembre, giorno in cui con serena, cristiana rassegnazione ognuno si ricorda di loro, si reca nei vari cimiteri riempiendone i vasi di fiori ed i piazzali di macchine, ma tutto in un’atmosfera quasi di festa; molti usano sfoggiare i capi di abbigliamento più eleganti ed all’ultima moda.
La stessa aria di festività la ritroviamo nei bambini, abituati da sempre a trovare sotto il letto i giocattoli (ancora più festa fanno i rivenditori di giocattoli) o pacchetti dei tradizionali dolci di questo periodo, portati dalle loro buon’anima.
Questi dolci vengono chiamati motticèddi e sono speciali biscotti di pasta garòfalo ottenuti con antichi stampi a forma di teschio, bara, ossa, santi e rane; quelli a semplice forma trapezoidale si chiamano scaddillìni.
A questi biscotti si sono associati in tempi più recenti dei dolci di zucchero in pasta martorana, dal nome dell’antico convento benedettino palermitano dove fu inventata.
La raffinata arte pasticcera messinese, fondendo insieme scultura e pittura, riproduce magistralmente  forme e colori di frutti, verdure, cacciagione e perfino di spaghetti conditi con ragù e formaggio, cosicché  il nome originale di pasta martoràna divenne pasta riàli.
Essendo dei dolci che non deperiscono facilmente, vengono spediti dappertutto ad amici e parenti.

 

Uccio, 'u galatotu

 

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