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Poviri  pisci!


Pesca del Pesce luna

Sull’estuario del fiume Nagara, in Giappone, uno sparuto  (questo gruppetto, anche se esiguo, ancora esiste, perché allora si deve dire che è sparuto?) gruppo di pescatori per modo di dire pratica da 3000 anni una curiosissima pesca con l’uso di cormorani domestici, da pesca subacquea, che riescono a catturare fino a 150 pesci l’ora, consegnandoli poi ai proprietari.
Altri giapponesi pescano a polpi con speciali pentole il cui coperchio si chiude quando la preda vi entra.
Alla tradizione millenaria si associa da sempre la fantasia; anche il Buddàci ha queste caratteristiche.
Difatti, ad esempio, l’arpione a mano che è stato soppiantato dai cannoncini, viene attualmente usato solo in pochissimi posti al mondo: in Australia dagli aborigeni, nelle Azzorre da una piccola comunità di pescatori che lo usano per la pesca all’enorme capodoglio e nel nostro Stretto.

La fantasia si evidenzia dalla genialità di molte tecniche di pesca adoperate nelle nostre acque.
Ed ecco che tempo fa scugnizzi ganzirròti, o anche eoliani e galatoti, di sera cospargevano la superficie del mare con olio e sabbia, rendendola così perfettamente piatta e visibile; con l’uso di forchette legate a manici di scopa si procacciavano la cenetta prendendo scorfane o piccoli polpi.
Era una variante dello specchiu, un recipiente cilindrico di lamiera con il fondo di vetro, che alcuni esperti pescatori usano dalla barca per prendere i polpi con la fiocina dopo averli stanati, a volte, con cristalli di solfato di rame avvolti in una pezzuola, la cosiddetta petra trucchìna
Ma i polpi si pescano anche da terra con la pruppàra, lanciata alla Buffalo Bill, oppure dalla barca,  usando le esche più estrose: fette di spàtula, scazzùpuli, lardo, zampe di gallina, granchi vivi, stracci bianchi o anche lucertole vive (
non so più se esistono ancora le lucertole vive; l’ultima volta che ne ho visto una mi è rimasta impressa perché un bambino chiamava la mamma dicendole: - “Mamma, mamma un dinosauro!).

Pescando da terra, la lenza si tira lentamente e, quando il polpo si posa sull’esca, si da uno strattone e si tira poi velocemente; ogni tanto si vede un pescatore che corre verso monte con la lenza sulla spalla; avrà preso un grosso polpo, una grossa pietra o un grosso rifiuto solido urbano! 
I ragazzini che pescano con la maschera subacquea, invece, usano buttare sul fondale delle latte che poi vengono ispezionate di tanto in tanto.

Una tecnica di pesca forse scomparsa è quella di attrazione sessuale, cioè quella fatta, specie nel Lago di Faro, usando come esca una femmina di cefalo (cucca), legata viva ad una cordicella; essa con i suoi “odori” attirava i maschi della stessa specie che poi venivano catturati col coppo.
Una tecnica analoga viene usata in altre parti con le seppie femmine vive. Potenza dell’amore! I maschi, a volte, per le femmine non perdono solo la testa, ma riescono a perdersi completamente!

La pesca a cefali da riva si fa con l’uso di canne da posta a cui sono legate le cefulàre, costituite da numerosi ami a grappolo attorno a cui si innesca il pastùni che è una sorta di impasto fatto con mollica, acciughe e formaggi più o meno puzzolenti della cui composizione si tiene gelosamente copia solo in cassette di sicurezza. Molliche di pane attaccate alla lenza segnalano l’abboccamento del pesce.
Con pastura, pastùni ed aggiunta di sabbia, si pesca anche a biade dai moli del porto, a mano, senza canne; in questo campo ci sono degli ottimi dilettanti professionisti.
A murene, quando c’erano ancora, si pescava da terra con una semplice lenza ad un amo legata ad una corta canna su cui veniva messa una pietra piatta che cadendo segnalava l’avvenuta cattura.

Ad aguglie si pescava in superficie con una cassetta di legno, trainata da terra, legata eccentricamente in modo da farla divergere tendendo ad allontanarla dalla riva. Questa tecnica è stata abbandonata anche perché non si può più passeggiare a lungo sulla spiaggia senza dovere attraversare il territorio di qualche altro pescatore terracqueo; i lombrichi poi, usati per esca, sono divenuti preziosi e sono stati soppiantati da costosissimi vermi stranieri.
Dalla barca, si pescava ad aguglie con le canne di
canna ed alcuni pescatori usavano un’esca molto particolare, il nebbu, cioè un tendine di bue battuto, masticato ed inumidito per renderlo morbido e fibroso; poi veniva tagliato a striscioline e colorato con bustine di blu oltremare (zorru). La lenza era senza amo e l’aguglia addentando l’esca rimaneva impigliata con i suoi piccoli denti e non riusciva a liberarsene. Anche questa pesca è in estinzione poiché nessuno più sa preparare questa magica esca.

Un po' più al largo si pratica la tràina (tràina con l’accento sulla “à” è la pesca, “traìna” con l’accento sulla “ì” è diventato un cognome diffuso nel messinese), cioè la pesca di trascinamento di esche vive o artificiali; fra queste ultime le più usate sono la pinna e la filòsa.
La pinna è ottenuta legando sapientemente ad un amo delle penne di gallina, oca o gabbiano, prese dalla parte diciamo ascellare, sotto le ali, perché qui sono più morbide ed hanno il rachide più tenero.
La filòsa si ottiene invece legando all’amo della lana bianca o tinta di rosso con bustine di anilina; qualcuno si fa portare lane di pecore speciali perfino dall’Australia.

Con l’esca viva si prendono pesci più pregiati, però bisogna essere esperti di anatomia ittica per innescare i pesci in modo che si mantengano vivi preferibilmente fino a quando vengono attaccati dai pesci più grossi.
L’uso del palamito (conzu) è riservato solo a professionisti, conoscitori di correnti, previsioni del tempo, natura dei fondali, nodi, trucchi ed altro ancora. È costituito da una lenza molto lunga munita di molti ami (polys - molto e mitos - filo). Spesso si può perdere “u sceccu cu tutti i carrùbbi”, cioè lenze, esca e tempo, poiché è facile rimanere impigliati al fondo (ruccàri) per cui al posto dei piombi si usano pietre (màzziri) legate con filo più fine.
Il palamito può essere usato anche in superficie mettendo dei galleggianti (suvarèddi), così chiamati perché una volta galleggiava solo il sughero.
Nella pesca a mano con la lenza, invece dei piombi, talvolta si usavano calze di donna piene di sabbia, per risparmiare e perché si diceva che portassero fortuna.


Pesca con scaibacheddu a Galati Marina

Scrivendo scrivendo mi sto accorgendo però che quest’argomento non finisce mai, perché non ho parlato di pesca con le reti (sciabbachèddu, trimmàgghi, palamitàra, cianciòlu), né di quella con nasse e nassèddi, oppure di pesche notturne a totani o con la lampadàra, e così nemmeno di altre meno famose.
Ma per dire tutto sulla pesca nello Stretto ci vorrebbe una enciclopedia; io ho deciso di scrivere un altro libro che chiamerò: “De pisci, de pisca et de isca”


Varo di barca a Galati Marina

Voglio concludere l’argomento ribadendo il concetto che il Buddàci vive nel mare e del mare e che lo ama infinitamente, così come ama le sue leggende, le sue tradizioni ed il proprio mestiere.
Una volta alle barche veniva data la benedizione sulla spiaggia dal prete del paese; non so se si usa ancora, l’ultima cui ho assistito me la ricordo perché ha avuto un finale eccezionalmente simpatico. Il prete benediceva in latino aspergendo la barca con acqua benedetta, il proprietario insisteva per averne ancora dell’altra, così per un paio di volte, fino a quando il prete, forse esaurito, ha buttato in barca tutta l’acqua del sacro contenitore. Chissà che pesche miracolose avrà fatto quel pescatore!
Alla fine si ornava la barca con bandierine, con un piccolo pavese (detto anche pavesino) e si procedeva al varo, con brindisi finale, confetti e tanto di compàre; era un battesimo vero e proprio, si considerava la barca come una figlia e le si dava un nome simbolico spesso di donna o di carattere religioso.
C’è un bellissimo proverbio, penso ganzirròto, che dice così:
Bacca sincèra e fìmmina buciàdda non si ponnu ghiamàri cu stissu nomi
 

Uccio, 'u galatotu

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