www.colapisci.itL'uomo che diventa pesce per necessità o per scelta

Il soldato di Lepanto

A Messina, uno dei pochi monumenti risparmiati dal terremoto del 1908 è la statua di don Giovanni d'Austria, il vincitore di Lepanto. Iscrizioni e bassorilievi, nei quattro lati del piedistallo, aiutano a ricordare i fatti di quella battaglia memorabile.

La Città dello Stretto, in quel periodo, era al centro dell'attenzione della cristianità; dal suo porto era partita la flotta della Lega, qui ritornò dopo la vittoria.
I Messinesi accolsero con ogni onore il giovane ammiraglio, offrirono generosa ospitalità ai soldati della flotta, curarono con ogni riguardo i feriti, e, tra costoro, allora sconosciuto, si trovava un giovane ventiquattrenne chiamato dai commilitoni "il poeta"; era Miguel Saavedra de Cervantes, il futuro autore di una delle opere più significative che vanti la letteratrura di ogni tempo: "Don Chisciotte".

Miguel, nato nel 1547 ad Alcalà de Henares, nell'antico Castiglia, era quarto di sette figli di Rodrigo de Cervantes, un nobiluccio decaduto che a stento riusciva a sfamare la famiglia con la professione di medico, o meglio, di "cerusico", costretto a mutare di continuo città in cerca d'infermi disposti a farsi curare da lui.
Poichè il fanciullo mostrava particolare vivacità e intelligenza, i suoi non risparmiarono sacrifici per farlo studiare, riponendo in lui ogni speranza per le future fortune della famiglia. Ed egli mostrava di non deludere, anche se frequentava con difficoltà le scuole, costretto com'era a seguire il padre nei suoi continui spostamenti.
L'irregolarità degli studi gli venne però ricompensata dall'esperienza accumulata nei soggiorni in città importanti come Toledo, Cordova, Valladolid, Siviglia, e, infine, Madrid dove, alla scuola del più celebre maestro del tempo: Lopez de Hoyos, ebbe modo di distinguersi per l'originalità della sua vena poetica, per cui, in occasione della morte della regina Isabella, seconda moglie di Filippo II, gli venne affidato l'incarico di comporre un'elegia che gli procurò notorietà.
Il giovane poeta, in cui si svegliarono speranze ed entusiasmi, credendo giunto il momento d'iniziare la sua carriera, ebbe il problema di scegliere ‑ secondo il detto del tempo ‑ "chiesa, mare o casa reale", cioè: o darsi alla carriera ecclesiastica, o intraprendere l'attività delle armi, o entrare nella pubblica amministrazione; decise per quest'ultima.
Poichè la strada da percorrere era quella di mettersi al servizio di un personaggio illustre e potente, con opportune raccomandazioni egli ebbe l'occasione di far parte del seguito del Cardinale d'Acquaviva, principe di Alatri, che, in quei giorni, si trovava, come nunzio del Papa, a Madrid.
Con sua soddisfazione, il Cervantes giunse così in Italia, patria dell'arte, della letteratura, e delle più raffinate corti principesche del tempo. Ben presto però egli si accorse di non avere la vocazione del cortigiano, e, chiesta licenza al principe, si arruolò nell'esercito come semplice soldato.

La fanteria spagnuola, comandata da esperti e valorosi capitani, formava, in quel tempo, uno dei più formidabili eserciti d'Europa, soldati spagnuoli stazionavano quasi in tutte le principali città della penisola o come dominatori o come alleati; così il giovane poeta, in tre anni di vita militare, potè visitare gran parte d'Italia.
Frattanto la cristianità veniva percorsa da un rinnovato spirito di crociata contro i musulmani; la preponderanza militare dell'impero ottomano minacciava l'Europa, per terra: Ungheria, Polonia, Austria correvano pericolo d'invasione; per mare: quasi tutti i paesi mediterranei vivevano sotto l'incubo della pirateria turca.
Chi maggiormente si preoccupava di fermare l'avanzata mussulmana, era il Papa PIO V il quale, riuscendo, finalmente, a far superare gelosie di potere tra i principi cristiani, il 20 maggio 1571, potè indurli a sottoscrivere l'impegno d'una "Lega"; tra i principali firmatari erano la Spagna, Venezia, e lo stesso Pontefice. L'urgenza di tale alleanza era tanto più sentita, in quanto giungevano continue notizie delle atrocità commesse dai Turchi contro le popolazioni cristiane del vicino oriente.
Venne approntata così una potente flotta di cui fu dato il comando al giovane don Giovanni d'Austria; luogo di raduno: il porto di Messina.
Fra le navi che qui giungevano, a metà d'agosto (sempre del 1571), arrivò da Napoli la "Marquesa‑ al comando del capitano Francisco de San Pedro; nel contingente militare imbarcato si trovava Miguel de Cervantes.
Fu grande l'esultanza del giovane poeta nel porre piede sull'isola illuminata, un tempo, dalla civiltà ellenica; ammirò l'incantevole panorama dello Stretto, e, dalle mitiche sponde l'avvolse il fascino di antiche malie.

Il 24 agosto giunse, sulla nave ammiraglia, don Giovanni; accolto dalle prime autorità dell'ísola e dai capitani della flotta, passò in mezzo alla folla osannante: era alto, di nobile aspetto, sorridente, e, malgrado la giovane età, sapeva infondere sicurezza sulle sorti della potente flotta a lui affidata.
Il Cervantes, presente a tale spettacolo, sentiva l'orgoglio di appartenere alla forte nazione spagnuola, e partecipava intensamente al fervore e all'esaltazione del momento.
In quei giorni, in tutte le chiese della città e all'aperto, si svolgevano sacri riti propiziatori; comandanti e soldati ricevevano l'Eucaristia e ascoltavano le ardenti esortazioni dei religiosi addetti alla cura spirituale dell'esercito.
Ad eccitare maggiormente gli animi, giungeva notizia che i Turchi, ottenuta la resa di Famagosta con la promessa di risparmiare le vite umane, avevano trucidato gli abitanti e scorticato vivo l'eroico comandante Marcantonio Bragadino. Ovunque, nei paesi cristiani, si fremeva d'orrore, e si chiedeva di vendicare il massacro. Era questo lo spirito che animava i soldati.
Miguel de Cervantes, da parte sua, viveva a Messina i momenti della più esaltante fede religiosa, e prometteva a se stesso di essere tra i più valorosi nel combattimento che si preannunciava inevitabile.
La flotta, ormai al completo, attendeva il tempo favorevole, e, quando l'insigne astronomo messinese Francesco Maurolico potè dare rassicuranti informazioni metereologiche, partì navigando per il mare Ionio.

Era il 5 settembre 1571.

Le galere erano divise in quattro squadre: comandava la prima il veneziano Agostino Barbarigo; la seconda, l'ammiraglio genovese Giann'Andrea Doria; la terza, che in battaglia doveva tenere il centro, era alle dirette dipendenze del comandante supremo; la quarta, che formava la retroguardia, era stata affidata a Don Alvaro de Bazan, marchese di Santa Croce, detto "Fulmine di guerra" per la perizia e l'audacia che lo distinguevano.
Sopra ogni nave, i capitani, in previsione dello scontro, asse­gnarono ad ognuno il posto di combattimento; al Cervantes che si trovava sulla "Marquesa", nella retroguardia, venne affidato il comando ‑ cosa che ritenne di grande onore ‑ di dodici soldati armati di tutto punto di archibugio, di picca, e di spada; era suo compito la difesa della nave a prua.
Dopo alcuni giorni di navigazione, egli, che aveva contratto, a Napoli, la malaria ed era stata mal curata, ebbe una ricaduta, per cui fu costretto a starsene a letto, sottocoperta.
Non gli poteva capitare avversità maggiore in quel frangente. Mentre i compagni compivano esercitazioni, egli stava solo, a riflettere, a tormentarsi...
Con ansia ascoltava il ritmo dei remi, il mesto canto dei vogatori, il fragore delle onde, il rumore delle catene dei galeotti; temeva che si andasse al grande scontro senza che egli avesse le forze per battersi. Mentre la febbre lo struggeva, chiedeva all'infermiere, ai commilitoni, se fossero in vista navi nemiche.
Il suo stato destava compassione.
Intanto, la flotta ottomana veniva localizzata nel golfo di Lepanto. La battaglia era inevitabile.
Il 7 ottobre, domenica, don Giovanni, dopo breve consiglio con i suoi principali comandanti, ordina di sparare un colpo di cannone: è il segnale di disporsi all'attacco.
Sono 208 galere, trenta vascelli minori, sei galeazze veneziane, vere fortezze natanti rimorchiate davanti allo schieramento, 1800 cannoni, 30 mila soldati, 12 mila e novecento marinai, 43 mila rematori.
Anche la flotta nemica si dispone a battaglia: 222 galere, 60 vascelli minori, 750 cannoni, 34 mila soldati, 13 mila marinai, 41 mila rematori, la gran parte cristiani ridotti in schiavitù.
I due schieramenti si fronteggiano.
Un secondo colpo di cannone scatena l'entusiasmo nell'armata cristiana, mentre lo stendardo, con in mezzo la Croce, viene issato sul più alto pennone dell'ammiraglia.
Anche l'ammiraglia nemica innalza la grande bandiera verde con la mezzaluna.

La sfida

Mezzogiorno: il sole brilla nel cielo azzurro; un leggero vento, favorevole alla flotta musulmana, sembra voglia mutare direzione.
I capitani dei due avversi schieramenti, pronti ai loro posti, ugualmente certi di vincere, attendono il segno per sopraffarsi a vicenda.
Apre il fuoco l'ammiraglia cristiana: è l'inferno.
Dai due fronti tuonano i cannoni; spettacolo tremendo: dalle sei galeazze veneziane, come da sei vulcani, esplodono le numerose e potenti artiglierie: è un attimo di sbando nello schieramento nemico che, subito, manovra per evitare quelle fortezze natanti e dirigersi all'abbordaggio.
Tutte le navi musulmane, dove è portato allo spasimo il ritmo dei remi fino a massacrare le ciurme, corrono per speronare, con la ‑massima violenza, le galere nemiche. Qui i comandanti non si lasciano sorprendere; il vento, ora ad essi favorevole, aiuta le manovre.
Le navi si cercano, si avventano, si urtano, si squassano, si sventrano tra il furore dei combattenti, l'urlo dei feriti, il lamento dei moribondi.

Don Giovanni dirige la sua nave contro l'ammiraglia nemica e l'aggancia; è là il comandante supremo: Alì Bassà, difeso da 400 scelti giannizzeri, detti "Invincibili"; è lui che cerca l'ardente guerriero cristiano: con la spada sguainata, irrompe all'abbordaggio, seguito da uno stuolo di combattenti, tutti giovani della più scelta nobiltà spagnuola.
Nella retroguardia dello schieramento cristiano, don Alvaro de Bazan, con occhio vigile, osserva la battaglia e lancia le sue galere dove maggiore è il pericolo.
Il Cervantes, che si dimena nel suo lettuccio, sente gli ordini seguiti dal grido dei soldati e delle ciurme, mentre la nave, a forza di remi, corre veloce.
Sebbene febbricitante, egli non vuole, non deve, non può mancare nel momento supremo: in preda all'esaltazione, si alza, indossa l'armatura, afferra la spada, l'archibugio e, su per le scale, corre per raggiungere il posto assegnatogli.
L'addetto agl'ìnfermi lo vede, lo chiama, gli corre dietro gridandogli di fermarsi.
Se ne accorge Francisco de San Pedro, il capitano; guarda quel giovane esile, pallido, spettrale, in preda a violenta eccitazione:
- Dove vai?!‑ gli grida.
- A combattere!
- Va giù; sei infermo.
- E' il giorno della gloria! ‑ urla il Cervantes. ‑ Preferisco lottare in servizio di Dio e del re; meglio morire per loro che salvarmi la vita nel letto!
Sono rapide le battute; non c'è tempo.
‑ Al tuo posto! C'è gloria per tutti! ‑ e il capitano gl'indica la prua.

La "Marquesa" è lanciata dove il nemico ha il sopravvento, più furibonda è la mischia. Prua contro prua, la nave aggancia una galera nemica.
Miguel è al suo posto, tra i soldati a lui affidati, e il suo esempio li trasforma in eroi. Egli sente centuplicate le forze, si batte da leone; ferito da un colpo d'archibugio, si fa medicare e, coperto di sudore e di sangue, ritorna a combattere.
Il nemico lotta con fanatismo e disperazione per sopraffare quel pugno di eroi.
Sulla nave cristiana, alcuni rematori, condannati per delitti, chiedono di riscattarsi combattendo; ad essi il capitano fa distribuire le armi:
‑ Mostratevi valorosi e sarete liberi! ‑ grida.

Essi corrono a prua, per dare aiuto a quel giovane intrepido che, con la voce e con l'esempio, invita alla lotta. La febbre sembra abbia impresso al pallido guerriero uno scatto felino, saettante, finchè un colpo di scimitarra lo colpisce alla mano sinistra. Sanguinante, egli corre a farsi medicare, e, con una fasciatura d'urgenza, ritorna a prua; ha la mano destra per tenere a bada il nemico con la spada.
Accanto a lui, quanti sono ancora in vita, combattono allo stremo delle forze, finchè corre un grido nell'aria:
- Vittoria! Vittoria! Vittoria!

Miguel cade riverso, privo di sensi.
Dopo quattro ore di combattimento, la flotta cristiana aveva vinto. Don Giovanni, con i suoi, aveva conquistato palmo a palmo l'ammiraglia nemica, e la testa del comandante supremo venne issata, come trofeo, sopra una picca, mentre la bandiera con la Croce fu fatta sventolare dov'era lo stendardo con la mezzaluna.
Sul mare, per largo tratto, galleggiavano rottami di navi e cadaveri.
Quasi 8 mila erano i nemici uccisi, 10 mila i prigionieri, 117 le galere catturate, 50 incendiate o affondate, 12 mila schiavi cristiani, legati ai remi delle galere turche, liberati; poi, un ingente bottino con il tesoro dell'armata; ed infine; bandiere, trofei, artiglierie ecc...
Le perdite dei vincitori: 7500 morti, altrettanti feriti e dodici galere perdute.
Quella stessa sera, in quel tratto di mare, si scatenò una furio­sa tempesta che costrinse la flotta della Lega a rifugiarsi nel porto più vicino.
Le singole fasi della battaglia, gli episodi impressi nelle menti, per tutta la notte, vennero rievocati dai combattenti insonni, anco­ra esaltati di strage e di gloria.
All'alba l'uragano si era placato.

Quando si svegliò, il Cervantes si trovò adagiato nel suo letto, e quanto era accaduto gli sembrava un sogno. Aveva dormito pro­fondamente l'intiera notte.
Egli provava dolori in tutto il corpo, ma, particolarmente lan­cinanti erano quelli alla mano sinistra.
‑ Non ho più la mano... ‑ mormorò.
‑ Sei stato un eroe, ‑ gli disse un commilitone accanto.
‑ Ho fatto il mio dovere ‑ e guardò con orgoglio la fasciatura al mon­cherino.
‑ E' stata una strepitosa vittoria, un grande trionfo, ‑ continuò il com­militone.

Miguel sorrise:
‑ Non m'importa d'aver perduta la mano; finchè vivrò sarà il segno della mia gloria.
Più tardi, un medico gli rinnovò la fasciatura, poi gli fu data una pozione che lo fece nuovamente addormentare.

Intanto, navi leggere vennero inviate per portare l'annunzio del­la vittoria a Messina, e qui, alla notizia, i cittadini esultanti, dispo­sero le accoglienze ai vincitori: si progettarono festeggiamenti, si apprestarono archi di trionfo.
Le navi giunsero nel porto il primo novembre successivo; sceso a terra, l'ammiraglio, con tutti i capitani della navi, per prima cosa, si recò nella chiesa più vicina per rendere grazie a Dio per la vittoria.
Nello stesso tempo, si pensò ai feriti che vennero ricoverati negli ospedali, nelle chiese, nelle case private.
Don Giovanni li visitava e li confortava mentre ascoltava, dai comandanti delle singole navi, le prodezze da essi compiute; ven­ne così a conoscere le vicende e il valore del Cervantes, e, riferen­dosi alla mutilazione della mano, gli disse:
‑ Signor poeta, a Lepanto avete scritto, con quella mano, la più bella poesia della vostra vita.
E, pronto, a lui Miguel:
‑ Dei semplici versi, Signore, dove voi avete composto un poema immortale.
Il giovane ammiraglio rise; poi soggiunse:
- Ora abbondonerete le armi?
- No, ‑ rispose Cervantes, ‑ se mi sarà concesso, con la mano destra, vorrei scrivere ancora dei buoni versi all'ombra della vostra bandiera.
‑ Siete esaudito, ‑ concluse il condottiero.

Miguel portò sempre impressa nella mente l'immagine del giovane ammiraglio, ‑ aveva ventiquattr'anni, come lui, ‑ e ritenne, finchè visse, somma gloria aver partecipato alla battaglia dalla quale, come trofeo, aveva riportato la menomazione per cui, in seguito, venne chiamato: Il monco di Lepanto

Completamente guarito, il Cervantes rimase ancora, per due anni, in Sicilia, prendendo parte a spedizioni militari contro località della vicina Africa dove si annidavano i pirati che, all'ombra della mezzaluna, continuavano ad imperversare, rendendo insicura la navigazione nel Mediterraneo.
Dalla Sicilia, in seguito, venne trasferito, per breve tempo, in Sardegna, e poi a Napoli. Qui gli giunsero lettere dalle quali àpprese che la sua famiglia si trovava in precarie condizioni economiche; inoltre, venne pure a sapere che parecchi suoi compagni di studio erano riusciti a conquistare posti importanti alla corte del re Filippo Il, anzi uno di essi Matteo Vazques, era diventato segretario del sovrano.
Tutte queste notizie gli suggerirono di procurarsi buone raccomandazioni e tornarsene in patria dove, certamente, non gli avrebbero negato un posto decoroso.
Fece ricorso, per questo, al duca di Sessa, vicerè della Sicilia, allora a Napoli; egli, con piacere, gli diede lettere di raccomandazione, anzi, prendendo a cuore il desiderio del giovane eroe, lo consigliò di attendere l'imminente arrivo di don Giovanni d'Austria dal quale avrebbe ottenuto più efficaci referenze.
Nell'attesa, Miguel, che trascorreva nella bella città giorni di spensieratezza, in una bettola freguentata da soldati spagnuoli, incontrò un suo fratello di lui più piccolo: Rodrigo, che, essendosi arruolato, diciottenne, nella fanteria e inviato in Fiandra, ora, col suo reparto, era stato trasferito a Napoli.

Si narrarono le loro vicende; Miguel gli raccontò gli eroismi della battaglia di Lepanto, comunicandogli ora il suo disegno di tornare in patria dove, per mezzo d'influenti raccomandazioni, avrebbe certamente ottenuto un posto di rilievo nella pubblica amministrazione.
Fu così convincente, che il fratello si disse pronto a seguirlo.

Intanto, giungeva don Giovanni il quale, ben ricordandosi del giovane eroe, l'accolse con benevolenza, consegnandogli, scritti di suo pugno, le lettere di raccomandazioni richieste.
‑ Abbiamo il nostro avvenire assicurato! ‑ esclamò Miguel, mostrando a Rodrigo le credenziali del principe.
Ora attendevano una nave in partenza per la Spagna.

Un bel mattino di settembre, s'imbarcarono sopra un galeone che, anche nel nome, sembrava propìziare la buona fortuna; si chiamava: "El Sol". Tra i passeggeri si trovavano pure importanti funzionari dello Stato.
La traversata è tranquilla; già sono giunti nel golfo di Leon; Miguel e Rodrigo pregustano la gioia di riabbracciare i familiari; ad un tratto però il grido d'un marinaio getta un incubo:
Navi turche in vista....
In lontananza si delineano quattro scafi che, rapidamente, si avvicinano: sono pirati di Algeri.
Il comandante spagnuolo tenta di guadagnare la costa con tutte le vele al vento, mentre fa preparare le artiglierie.
La prua verso terra, a vele spiegate, col vento favorevole, il capitano è certo di sfuggire ai pirati. Tutti hanno fiducia nel suo ardito disegno; per sfortuna però, cessato il vento, la nave frena il suo corso, restando alla mercè del nemico.
Il comandante invita a prepararsi al combattimento quanti sono atti alle armi: Miguel e Rodrigo, per primi, si dichiarano pronti a lottare per la libertà, "L'unica cosa ‑ scriverà in seguito il Cervantes ‑ per la quale si può e si deve dare la vita".

La nave spagnuola, pur difendendosi disperatamente, non può resistere a lungo, e quando è preda delle fiamme, quanti ancora restano in vita, sono presi dai corsari e condotti schiavi ad Algeri. Qui, per ognuno, viene stabilita la somma richiesta per il riscatto.
I pirati, avendo trovato addosso a Miguel le credenziali scritte da don Giovanni d'Austria, ritenendolo un personaggio importante, stabiliscono, per il suo riscatto, una somma così elevata che i suoi parenti non avrebbero mai potuto pagare.
In luogo della brillante carriera, il Cervantes trova la schiavitù, iniziando un'esistenza di lotte e di tribolazioni; eppure, in tale stato, non gli vengono mai meno l'entusiasmo e la forza per imbastire congiure e fughe.

Dopo cinque anni di schiavitù, finalmente liberato, torna in patria dove l'aspettano ancora avversità, ingiustizie e calunnie; ed egli, sognatore impenitente, affronta con ottimismo tutte le tempeste della vita
Infine, maturato dalla realtà, esprime, nel Don Chiscíotte, la satira più spietata ed efficace contro gli entusiasmi umani.

 

 

Gaetano Carbone
Racconti di Messina
Messina 1989

 

Sommario Ricerca
 

www.colapisci.it